
L’Europa e il Sud America hanno un brivido lungo la schiena. Ieri Romano Prodi ha scandito: “Ho chiuso con la politica italiana”.
Un sospiro di sollievo per noi. Una minaccia per chi? Dove vuole ricomparire il prodotto scaduto della politica dei boiardi? Accontentiamoci dei fatti nostri. E dopo la gioia dell’annuncio, qualche preoccupazione è lecita, anche in casa nostra.
La dichiarazione di Prodi è un ottimo spot elettorale per Veltroni. Può ringalluzzire il mago Walter, ridando fiato al suo tormentone: il Pd vuol cambiare pagina all’Italia.
Che cosa di meglio che annunciare l’addio a Romano? E allora si affaccia il timore che gli italiani più distratti credano che il difetto del Governo dell’Unione fosse proprio lui, l’ineffabile Prodi. Vero a metà.
Il super-burocrate all’italiana ci ha messo del suo. Ma era l’interprete di una cultura politica che resta assai fedele a se stessa. Credete di no?
Parliamo di primarie: Prodi vantava 4 milioni di consensi, Veltroni ne esibisce con orgoglio un milione in meno. Resta il fatto che l’uno e l’altro hanno gareggiato da soli. Come nel migliore dei soviet possibili. Incoerenze: l’arte di coniugare l’impossibile è la stessa. Prodi si esercita come un eroe di Vinavil per incollare tredici partiti; Veltroni è gommoso quanto il suo presidente nel mettere insieme Di Pietro e i radicali; Ichino e il leader della Cgil della funzione pubblica; Calearo e l’operaio della Thyssen. Insomma, l’addio alle armi di Romano Prodi non deve illuderci.
Le tasse da tagliare e il programma
Trentino Elezioni
Nessun commento:
Posta un commento