
Prima il Lodo Alfano, che ora viene promulgato dal capo dello Stato. Poi il decreto sicurezza, che nella mattinata di ieri viene votato dal Senato con 161 «si», 120 «no» e otto astenuti. L'«uno-due» del governo sulla giustizia ottiene il via libera dal Parlamento entro l'estate.
Proprio come previsto. Al punto che Berlusconi esulta: «Ora finalmente, grazie al loro non sarò più perseguitato!». Ma non finisce qui. Sulla giustizia il progetto della maggioranza è diventato più ambizioso: da settembre parte una riforma «complessiva» destinata a cambiare faccia al sistema giudiziario nazionale. Lo aveva annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nei giorni scorsi, lo ribadisce il ministro della Giustizia Angelino Alfano.
«Questa - avverte infatti il Guardasigilli - è una legislatura che ha una maggioranza solida, che ha un'idea chiara sulla giustizia, che ha un programma: è l'occasione giusta per procedere e noi non ce la faremo scappare». E infatti il governo è già al lavoro. In un vertice tra Berlusconi e i ministri Umberto Bossi e Roberto Calderoli, si fa un calendario delle priorità e si stabilisce che federalismo fiscale, modifica della Costituzione e riforma della Giustizia dovranno essere portate avanti insieme. Dalla ripresa in autunno dei lavori parlamentari. Sul fronte delle intercettazioni, invece, una pausa di riflessione è meglio, fa capire il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, che ieri voleva iniziare l'esame dei vari testi sull'argomento. A cominciare dal ddl del governo. «Si continuerà a parlarne a settembre - assicura Bongiorno - e ben venga qualsiasi contributo». È poi probabile, aggiunge, che la norma contenuta nel testo del governo, che prevede il carcere fino a tre anni per i cronisti, venga modificata.
L'obiettivo, fa sapere il deputato Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, è quello di arrivare «ad un testo condiviso con le opposizioni». Magari dando vita ad «un comitato ristretto per approfondire il tema, ascoltando tutte le categorie coinvolte». Ma riprendere il dialogo con la minoranza non sarà semplice vista la frattura che si è consumata con il via libera al decreto sicurezza: il testo che introduce anche il patteggiamento allargato e la sospensione fino a 18 mesi dei procedimenti «meno importanti», e il «si» al Lodo Alfano: il provvedimento che sospende i processi per le quattro più alte cariche dello Stato fino alla fine del mandato.
Tuttavia non c'è nel pacchetto Maroni la norma che blocca i processi più gravi. Ma è la «salva-premier ad alzare il muro tra i poli. Come dimostra la polemica esplosa in seguito all'invito del vicepresidente del Csm Nicola Mancino a «rafforzare il Lodo con una legge costituzionale». L'osservazione infatti piace poco al Pdl che reagisce stizzito osservando, come fa il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, che «basta una legge ordinaria a regolare la materia». Del resto, spiegano anche al Quirinale nel motivare la firma del capo dello Stato al ddl, la Consulta, quando intervenne nel 2004 sull'allora «Lodo Schifani», non parlò mai di una legge costituzionale. E il testo approvato «è risultato corrispondere ai rilievi formulati in quella sentenza». «Per me - taglia corto Alfano - il Lodo è ormai legge dello Stato.
Noi siamo già proiettati sulla riforma». Ed è infatti a questa che guardano ormai politici, avvocati e magistrati. Anche se il presidente dell'Anm Luca Palamara precisa: «Ci interessa la riforma della Giustizia, non la riforma dei giudici». Peraltro il ministro e Berlusconi, in qualche modo sono messi a disagio dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, che fa sapere che non si servirà dello «scudo» del Lodo Alfano contro il pm Woodcock che lo ha querelato e quindi affronterà il processo. «L'unica cosa che è stata fatta finora in materia di giustizia da questo governo - replica caustico il leader Idv Antonio Di Pietro - è contro la giustizia e a favore di qualcuno».
Ed è per questo che contro «la vergogna mondiale» del Lodo lui sta già promuovendo un referendum, dopo aver sottolineato che rispetta la decisione del capo dello Stato di firmarlo, ma non la condivide.
Fonte: L'Adige
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